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INCANTO, UN DIALOGO INEDITO TRA DOMINI APPARENTEMENTE IMPERMEABILI

A Mantova, Marco Santarelli e Palmalisa Zantedeschi rivelano come l’arte possa svelare prospettive straordinarie per contesti differenti, ma affini

di Michela Chioso

In un evento che ha trasceso i confini convenzionali dell’arte contemporanea, la città dei Gonzaga ha ospitato un dialogo di straordinaria profondità tra Palmalisa Zantedeschi, artista e imprenditrice, e Marco Santarelli, docente di Sicurezza e Intelligence.

L’occasione, nata a margine dell’esposizione della collezione INCANTO. Il linguaggio della pietra alla Casa del Pittore di Mantova – ha esplorato le intersezioni tra domini apparentemente impermeabili: arte, scienza e intelligence.

Le opere esposte – Chiffon, Buccia e l’installazione Qumran e Minimum – esprimono una valenza poetica ma razionale, che fa della pietra un prodotto della Terra. Dunque, materia viva e pulsante, la cui bellezza si esprime attraverso il colore, le dimensioni e le lavorazioni, elementi che insieme conducono a percepire quell’Incanto declinato nel titolo, ovvero – per usare un’espressione di Palmalisa – “Quel momento di sospensione in cui si rimane senza parole e si scopre qualcosa che è tra il visibile e l’invisibile”.

Da qui è partita l’analisi che ha spaziato dalla filosofia hegeliana alle teorie quantiche, dalla sociologia della conoscenza alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze coinvolgendo attivamente il pubblico presente. Marco Santarelli, nell’interpretare le opere della collezione, ha definito Chiffon una “rappresentazione della dialettica tra nitidezza e opacità nella percezione della realtà” richiamando alla memoria la celebre allegoria della caverna di Platone, contrapposizione che pone le basi per “un concetto di verità intrinsecamente antitetico”. Buccia è invece “metafora della genesi, intesa non come inizio ma come rottura di un ordine prestabilito, in un parallelo audace con le teorie cosmologiche del Big Bang”. L’installazione Qumran e
Mininum ha rappresentato l’apice concettuale della mostra e Santarelli l’ha descritta come “incarnazione della sintesi tra tesi e antitesi che, lungi dal chiudersi in se stessa, apre lo sguardo a nuovi orizzonti paradigmatici”. Un rimando esplicito è stato fatto alla filosofia della scienza di Thomas Kuhn, al surrealismo di Salvador Dalí e al pensiero di Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein e Hans Georg Gadamer.

Zantedeschia, dal canto suo, ha parlato di “sussurro appena accennato” che abbraccia le forme naturali sbriciolandone i confini, materiali e immateriali. Una sorta di conciliazione fra gli opposti: “La pietra indugia nella sua natura - formalmente compatta, inflessibile e ostinata, in realtà energica e vibrante – esprimendosi in infinite sfaccettature e rivelando una inattesa duttilità: impalpabile come la seta, vellutata come la carta”.

Di particolare interesse sul fronte dell’Intelligence sono stati i parallelismi tra creatività artistica e scientifica, nonché tra arte e metodi di raccolta delle informazioni, con focus su Human Intelligence (HUMINT) e Open Source Intelligence (OSINT). L’artista e il docente hanno indugiato su come l’esperienza sensoriale, estesa oltre il dominio visivo, possa arricchire tanto la percezione estetica quanto l’analisi intelligence.

Il concetto di verità è stato messo in discussione, alla luce delle neuroscienze, evidenziando come ogni esperienza sia inevitabilmente filtrata attraverso il background individuale. Aspetto assai dibattuto, anche dai Servizi, dove la valutazione delle fonti e la consapevolezza dei bias cognitivi rivestono un ruolo primario.

L’evento ha quindi dimostrato come l’arte possa fungere da catalizzatore per riflessioni che, trascendendo le discipline, offrono chiavi di lettura straordinarie per contesti apparentemente distanti.